C’è stato un momento, non so nemmeno dire quando con precisione, in cui ho smesso di scappare, di forzare tutto, di rincorrere versioni di me che non sentivo mie.
Non è successo tutto in una volta, è stato più come tornare a casa dopo tanto tempo: strano all’inizio, ma profondamente familiare.
Ho iniziato ad ascoltarmi davvero.
Non le voci fuori, non le aspettative degli altri, ma quella voce più silenziosa, che avevo zittito tante volte.
E lì ho trovato un filo, sottile ma resistente, che mi ha riportata a casa.
Le prove della vita non sono sparite, ma ho smesso di combatterle come nemiche.
Ho capito che non sempre serve reagire, a volte basta solo fermarsi.
Respirare.
Guardarsi dentro.
E più diventavo consapevole, più sentivo che anche il dolore aveva un suo posto, che le fragilità non andavano curate via, ma accolte con rispetto.
Non è stato facile, ma è stato vero.
E in quella verità, anche se scomoda, mi sono riconosciuta.
Non perfetta, ma presente, vera, intera.
Alla fine, sono tornata a me. non come un fulmine o una rivelazione, non con grandi gesti o momenti spettacolari, ma come una carezza che sa aspettare.
È stato più come un respiro lento, come quando ti siedi in silenzio e capisci che, anche con tutte le tue crepe, sei ancora intera.
Ho smesso di combattere le mie fragilità.
Le ho guardate in faccia, una per una, e le ho accolte.
Ho iniziato a parlarmi con più gentilezza, a volermi bene anche nei giorni storti, quando niente sembra andar bene e io stessa mi sembravo “troppo” o “non abbastanza”.
Ho capito che non dovevo “sistemarmi” per meritare amore, che accettarmi non voleva dire arrendersi, ma riconoscersi davvero.
Con tutti i pezzi, anche quelli che non brillano.
Sono fatta di contrasti, di errori, di insicurezze,di parti che, per anni, ho cercato di nascondere e che ora riconosco invece come parti autentiche della mia storia.
Mi trovai nella mia nudità fatta d’ombre, fragile come il primo respiro del mattino, imprecisa come una preghiera interrotta. Eppure mi accolsi.
Con mani tremanti dissi “sì” alle crepe che temetti di mostrare, alle parti che avevo sepolto sotto lunghi silenzi.
Ilaria
Ci sono giorni in cui tutto sembra sospeso, come se il tempo avesse perso il suo ritmo naturale.
Giorni in cui le emozioni non hanno un nome preciso e i pensieri si muovono come nuvole incerte, senza una direzione chiara. Non c’è tempesta, ma nemmeno quiete, solo un silenzio denso che chiede di essere ascoltato.
In passato forse avrei cercato di fuggire da questa sensazione, di riempire il vuoto con rumore, distrazioni, risposte di "convenienza". Oggi invece resto in aacolto, respiro, osservo, perché sò che anche questi giorni hanno un senso, anche quando non li comprendiamo subito.
Affronto questi momenti con consapevolezza, pazienza, con passo lento, occhi aperti e fiducia nei miei sensi.
Con gli anni ho imparato che non tutto deve essere risolto subito.. alcune verità emergono solo quando smettiamo di cercarle con forza.
Dentro questa stranezza c’è uno spazio nuovo, forse fragile, ma autentico.
È lì che mi incontro davvero, senza maschere, senza aspettative.
È lì che imparo ad accogliere anche ciò che non controllo, anche ciò che mi disorienta.
Ed ecco allora che questi giorni, che prima chiamavo “strani”, diventano maestri silenziosi. Mi insegnano a restare, a sentire, a non avere paura dell’incertezza, perché è proprio lì, nel non sapere, che nasce una consapevolezza più profonda.
Una presenza che non ha bisogno di spiegazioni, ma solo di essere vissuta.
Ilaria
Anche se fuori tutto scorre con apparente normalità dentro si muove un'intera tempesta.
Ci sono difficoltà che non hanno forma né voce, ma che si fanno sentire in ogni fibra del corpo. Sorrido, lavoro, parlo... ma intanto dentro elaboro, affronto, sento. La verità è che siamo molto più di ciò che il dolore ci fa credere.
Siamo esseri divini che attraversano esperienze umane e anche quando vacilliamo, anche quando ci sentiamo rotti, dentro di noi c'è sempre una parte intatta, luminosa, infinita.
Ed è lì che ritorno, ogni volta perché la mia forza non è solo quella che mostra il volto al mondo, ma quella silenziosa che dentro non smette mai di credere nella luce.
Siamo forti e dentro ognuno di noi c'è un potere immenso, una scintilla divina capace di creare e trasformare.
Ogni immaginazione che abbiamo è una prova della nostra sacralità, della nostra capacità di andare oltre.
Eppure il corpo… Il corpo parla. Somatizza ciò che non riesce a gridare l’anima e non sempre la mia centratura, per quanto coltivata, per quanto profonda, riesce a contenere il peso di tutto questo.
Ci sono giorni in cui la spiritualità non basta, in cui la fatica si sente nelle ossa, nei muscoli, nella pelle. Ma vado avanti.... Con fiducia, a volte inciampando, altre rallentando.
Mi affido al processo, sapendo che ogni fase ha il suo tempo, ogni ombra la sua lezione.
Mi ascolto, mi rispetto e ricordo che la luce non se n’è mai andata… si è solo nascosta per un momento.
La verità è che siamo molto più di ciò che il dolore ci fa credere.
Siamo esseri divini che attraversano esperienze umane e anche quando vacilliamo, anche quando ci sentiamo rotti, dentro di noi c'è sempre una parte intatta, luminosa, infinita.
Ed è lì che ritorno ogni volta perché la mia forza non è solo quella che mostra il volto al mondo, ma quella silenziosa che dentro non smette mai di credere nella luce.
Ilaria
Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualsiasi dio esista
Per la mia indomabile anima.
Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.
W.E.Henley